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Lingua italiana: 7 cose che non puoi fare

Lingua italiana: 7 cose che non puoi fare. Ecco alcune limitazioni della nostra lingua, ne eri a conoscenza?

La diversità linguistica è qualcosa di affascinante. Con la propria grammatica, il proprio lessico, la propria storia, la propria letteratura, ogni lingua -è un mondo a sé tutto da scoprire.

Tuttavia – ci tiene a sottolineare Babbel – , c’è un aspetto su cui di solito non ragioniamo: le peculiarità, a volte, possono anche essere dei limiti! Intendiamoci bene, non si tratta di difetti veri e propri poiché ogni lingua, nella sua tipicità, è perfetta. Ciò non toglie che ci siano però alcune cose che in certe lingue non si possono fare e l’italiano, in questo caso, non fa eccezione. Nonostante la sua tradizione letteraria antica e prestigiosa, presenta alcune curiose limitazioni che lo rendono bizzarro agli occhi di chi lo impara come lingua straniera.

⛔ 7 COSE CHE LA LINGUA ITALIANA NON PUÒ FARE

DISTINGUERE TRA CHI OSPITA E CHI VIENE OSPITATO

Se parli di vacanze e di soggiorni in lingua italiana, prima o poi ti accorgerai dell’esistenza di una parola ambigua. La parola in questione è “ospite” e quando la senti, devi stare molto attento! Infatti, questo termine significa sia “persona che ospita” che “persona che viene ospitata”. In sostanza, ha due significati, uno l’opposto dell’altro.

Questo non accade in lingue come per esempio l’inglese, dove è ben chiara la differenza tra “host” (chi ospita) e “guest” (chi è ospitato). In italiano, però, non c’è modo di avere la stessa chiarezza e quindi nella realtà di tutti i giorni, l’unico modo che hai di capire il vero significato di “ospite” è quello di contestualizzare il termine.

Se qualcuno si presenta dicendoti: “Piacere, sono Mario e sono proprietario di questa casa. Luigi è mio ospite“, potrai capire chiaramente dal contesto che Mario è un ospite nel senso di “host” e Luigi un ospite nel senso di “guest”. Ma se la frase è: “Sono Mario, Luigi è mio ospite“, Luigi è un ospite nel senso “host” o nel senso “guest”? Non hai scelta: se lo vuoi sapere devi chiederlo esplicitamente.

TERMINARE LE PAROLE IN CONSONANTE

Se ascolti con attenzione una conversazione tra italofoni, ti accorgerai che utilizzano molto spesso parole inglesi. Tutto normale, soprattutto se si parla di questioni legate alla tecnologia, alle scienze o al marketing. Ciò che rende curiosa la questione riguarda, però, la pronuncia. Molti madrelingua italiani, infatti, non riescono a fare a meno di aggiungere una vocale muta indistinta alla fine di tutte le parole che finiscono in consonante.

Quindi, non pronunciano network come farebbero gli inglesi, ma qualcosa di molto simile a “networke”. Se però chiedi a un italiano: “Come mai hai aggiunto una ‘E’ appena abbozzata alla fine della parola?“, lui ti giurerà che non l’ha pronunciata affatto. E non perché sia bugiardo!

Il motivo di questa anomalia è da ricercare nella natura della lingua italiana e nella sua fortissima propensione alla vocalità. Quasi tutte le parole, infatti, finiscono in vocale e il suono della consonante finale risulta quasi un controsenso, tanto appare spigoloso e stonato. Noi italiano sentiamo il bisogno di addolcire il tutto, e così aggiungiamo una vocale appena accennata alla fine della parola.

Se sei un lettore attento e conosci l’italiano, sicuramente stai pensando che esistono parole che finiscono per consonante e che non sono dei prestiti da altre lingue. Sto parlando di:

  • per;
  • ad;
  • con;
  • il;
  • un.

Tutto vero, ma considera che queste parole sono legate foneticamente alla parola successiva, che finisce immancabilmente con una vocale. Non possono mai comparire alla fine di una frase!

DISTINGUERE FRASI AFFERMATIVE E INTERROGATIVE SENZA IL TONO

Nella maggior parte delle lingue europee, le domande vengono costruite tramite un costrutto frasale particolare, definito forma interrogativa. In italiano, però, questo costrutto non esiste. Inglesi, tedeschi e francesi sono sconcertati dal fatto che noi italiani riusciamo a capire perfettamente quando un interlocutore fa una domanda.

Si chiedono: “Ma come fanno a capirsi tra di loro? È una frase esattamente uguale all’affermativa!“. Il nostro segreto sta nella tonalità. Per capire se una frase è un’affermazione o una domanda, ci basta tendere l’orecchio verso le ultime sillabe. Se queste vengono pronunciate con un tono leggermente più alto rispetto al resto della frase, capiamo che l’interlocutore ci sta chiedendo qualcosa. Nella lingua scritta, dove il tono non c’è, sarebbe impossibile comprendere il vero senso della frase, per questo ci sono i punti interrogativi.

ESPRIMERE LA FORMA NEUTRA DI UN SOSTANTIVO

Un’altra cosa che lascia sconvolti gli inglesi che studiano l’italiano è il fatto che gli oggetti hanno un genere maschile o femminile: la sedia è femmina e il cancello è maschio. In inglese non succede, perché c’è il genere neutro.

Questa peculiarità della grammatica italiana è davvero interessante, considerato che il latino, lingua dalla quale l’italiano deriva, possedeva il genere neutro. Ma evidentemente a noi piaceva troppo l’idea di dare un sesso agli oggetti e così abbiamo trasformato tutti i nomi neutri in maschili e femminili.

In alcuni casi, addirittura, lo stesso termine è maschile al singolare e femminile al plurale. È il caso di uovo (maschile), che al plurale è uova (femminile), e dito (maschile), che al plurale è dita (femminile). La mancanza del genere neutro si fa sentire anche nella vita di tutti i giorni. Ad esempio: i nomi di professione sono quasi sempre declinati al maschile, anche quando sono svolti da donne.

USCIRE DALLA DEFINIZIONE DI «LINGUA NAZIONALE»

L’italiano è una lingua con una diffusione molto compatta. Oltre che in Italia, si parla a San Marino e nella Città del Vaticano. Inoltre, è lingua ufficiale nel Canton Ticino e nei Grigioni in Svizzera, ma sempre a ridosso dei confini italiani. Dal punto di vista numerico, gli italofoni che vivono in Italia sono in schiacciante maggioranza rispetto agli italofoni svizzeri o sammarinesi.

La vicinanza geografica delle varie comunità che parlano italiano, ha fatto sì che la lingua di Dante si identificasse in modo molto forte come “lingua della Repubblica Italiana”. Non ha subito alcun processo di emancipazione dalla nazione d’origine, come è invece avvenuto per altre lingue europee.

Se questo concetto appare fumoso e poco chiaro, ecco qualche esempio comparato con altre importanti lingue europee. Prendiamo in esame l’inglese: non viene parlato soltanto in Gran Bretagna. È lingua ufficiale in decine di stati e ha almeno due standard, quello britannico e quello americano. Lo spagnolo, ormai, è parlato da più persone in Sudamerica che in Europa. Anche il portoghese, ha avuto una grandissima fortuna in Brasile e in alcune zone dell’Africa.

La situazione del tedesco assomiglia un po’ di più a quella italiana. I germanofoni, infatti, vivono quasi tutti in un’area geograficamente limitata a quella del loro Paese. A cambiare sono, però, le proporzioni numeriche: se i territori italofoni fuori dall’Italia contano qualche centinaio di migliaia di persone, i territori germanofoni fuori dalla Germania ne contano circa 15 milioni!

RICONOSCERE UNA REGIONE DOVE SI PARLA IL «VERO ITALIANO»

Se conosci un po’ di storia della lingua italiana, saprai sicuramente che l’italiano attuale si è sviluppato a Firenze. Saprai anche che nell’Ottocento Alessandro Manzoni scrisse il romanzo de “I Promessi Sposi” ispirandosi al dialetto fiorentino. Il detto “sciacquare i panni in Arno”, riferendosi al fiume che passa per Firenze, è un modo di dire che nasce proprio da Manzoni, che voleva “lavare” i suoi scritti dagli influssi del lombardo e del francese per renderli più italiani.

Detto questo, potrai pensare che l’italiano sia strettamente legato a Firenze anche oggi: ma la realtà è ben diversa. Dall’unità d’Italia in poi, l’importanza di Firenze e della sua parlata cittadina è andata man mano diminuendo.

Oggi nessuno considera il dialetto fiorentino come la varietà di italiano più prestigiosa. Anzi, la gorgia toscana, rende la pronuncia fiorentina davvero strana per chi utilizza l’italiano standard. Nell’Italia di oggi vige una situazione molto diversa da quella della Francia, dove la parlata parigina è considerata da secoli come la varietà di francese più pura. Idem per la Spagna, dove la Castiglia è ancora la culla dello spagnolo, tanto che è ancora diffuso il termine castigliano per riferirsi alla lingua di Cervantes.

MODIFICARE LA LINGUA ITALIANA STANDARD PER DECRETO

Se decidessimo di eliminare una qualsiasi parola dal vocabolario, probabilmente non ci riusciremmo. Perché? Questo per un motivo molto semplice: in Italia non esiste alcun ente normativo che si occupi specificamente della lingua italiana. Nessuna istituzione pubblica ha il potere di modificare lo standard linguistico.

Ma senza dubbio sai che esiste l’Accademia della Crusca, che rappresenta la massima autorità su tutto ciò che riguarda la lingua italiana, dal XVI secolo. Quando hanno un dubbio o un quesito riguardo la lingua, non possiamo far altro che rivolgerci a questa antica accademia linguistica. Quello che forse non sai è che l’Accademia della Crusca ha un potere meramente consultivo, e non normativo.

In sostanza, può dare consigli su come parlare e scrivere correttamente il proprio idioma, ma non ha il potere di togliere o aggiungere parole e regole grammaticali alla lingua. L’Accademia della Crusca afferma che lo standard linguistico non si può modificare a tavolino, ma si trasforma con l’uso della lingua. Sono i parlanti stessi ad avere, è il proprio il caso di dirlo, l’ultima parola! Anche se nel corso della storia d’Italia ci sono stati vari tentativi di modificare la lingua per legge.

Uno di questi avvenne durante la dittatura fascista, quando furono eliminati i prestiti da lingue straniere, sostituiti con termini italiani. Fu così che “bar” divenne “mescita”, “slalom” divenne “obbligata”, “cocktail” divenne “arlecchino” e così via. Questa riforma però ebbe scarso successo: caduto il regime, gli italiani tornarono immediatamente a usare i prestiti stranieri come e più di prima.

Un tentativo più recente di modificare l’italiano avvenne nel 2001, quando fu approvato un decreto che vietava il cosiddetto “burocratese”, ossia tutto l’insieme di termini e modi di dire burocratici come “suggellare” o “all’uopo”, pressoché incomprensibili alla maggior parte degli italiani. Dal momento dell’entrata in vigore della legge, nei documenti pubblici non si sarebbero più dovuti scrivere ma la pubblica amministrazione continuò ugualmente a usare il suo linguaggio ampolloso e complesso. La legge, quasi mai applicata, fu infine abrogata nel 2013.

In conclusione, l’italiano non si può imbrigliare. È un cavallo selvaggio che va apprezzato non solo per la sua bellezza e per il suo prestigio, ma anche per le sue peculiarità!

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